Una conversazione con Massimiliano Rossi, direttore Asa Automation del Gruppo GPI

Una conversazione con Massimiliano Rossi, direttore Asa Automation del Gruppo GPI

Sul caricamento automatico del sistema RIEDL Phasys, e molto altro

 

Massimiliano Rossi è direttore dell’Asa Automation del Gruppo GPI: eccellenza innovativa italiana ma attiva in tutto il mondo, quotata in Borsa, e leader nel software, nelle tecnologie e nei servizi per la sanità, il sociale e la PA.

 

Originario di Mezzocorona, un passato prima da infermiere, poi da manager in SPID spa (realtà che nel 2017 è stata incorporata nel Gruppo GPI), Rossi dirige un ramo della società trentina che in questi anni ha saputo diventare un punto di riferimento internazionale nell’automazione dei processi di dispensazione di medicinali.

 

Manager per stile e mentalità quasi scandinavo, uomo di grande curiosità, convinto che l’attitudine e la voglia di migliorare e apprendere (anche e soprattutto dagli errori) siano importanti quanto e se non più delle competenze, Rossi apprezza il lavoro di Eoptis, con cui il Gruppo GPI lavora ormai da anni. Non a caso ha voluto coinvolgerla nel progetto di punta della sua area: il nuovo caricamento automatico di RIEDL Phasys, sistema che permette di gestire in modo automatizzato e robotizzato lo stoccaggio e la distribuzione di medicinali in farmacie, grossisti e ospedali; Eoptis ha contribuito al progetto fornendo la parte di visione interna, in grado di seguire il contenitore dei medicinali, leggendone la data di scadenza e il codice a barre prima dell’emissione nel magazzino (passaggio delicato in quanto si tratta di informazioni essenziali per la tracciatura completa del prodotto, ma spesso difficili da reperire in modo automatico). Per operare in un settore in vorticosa trasformazione come la sanità occorrono visione e determinazione. Massimiliano Rossi ha entrambe le doti; ecco cosa ci ha raccontato.

 

La conversazione

Prima di tutto ci illustri brevemente la filosofia generale del Gruppo GPI. In particolare, cosa significa per esso fare innovazione?

Il Gruppo GPI ha al suo interno un’area dedicata all’innovazione, all’R&D, che si occupa dei diversi settori in cui la nostra società è impegnata. Spende più di dieci milioni l’anno in ricerca. Per il Gruppo GPI l’innovazione è una necessità reale, perché lavoriamo prevalentemente con il mondo pubblico, con gli ospedali, e l’obiettivo è quello di fornire servizi in grado di garantire una maggiore qualità e una maggiore performance. Pertanto la ricerca di nuovi prodotti, di nuove soluzioni, che vadano verso l’IA per esempio, è doverosa.

 

E cosa significa per lei e per il suo team fare innovazione? 

Per me e per il team significa, al di là dell’ovvia ricerca di nuove soluzioni, evolvere in armonia con i nostri clienti. Collaborando non solo con loro, ma con partner aziendali come Eoptis, con l’università ecc. Tutto questo alimenta la nostra curiosità, la voglia di mettersi in gioco, di uscire dalle proprie zone di comfort… Soprattutto, ciò spinge me e i miei collaboratori a prendere in mano dei libri e a tornare a studiare, che è davvero la cosa più bella.

Purtroppo siamo sempre focalizzati sul day-by-day, e spesso non riusciamo (per causa nostra, sia chiaro) a concentrarci sul futuro. Ma collaborando con clienti e partner di visione, con l’università e così via si riesce ad avviare percorsi di cambiamento interessantissimi, in grado di trascinare davvero tutti, dai manager agli operai, generando una grande voglia di sperimentare. E sperimentare può voler dire tante cose: anche fare un corso di lingue, per esempio.

 

 

L’innovazione è anche questo dunque: rafforzare le proprie capacità e acquisirne di nuove. Corretto? 

Sì, per me l’innovazione ha proprio questo significato: modificare certi comportamenti consolidati legati all’abitudine, alla routine; è una propensione al volersi migliorare studiando, parlando con persone di contesti professionali e culturali diversi, ascoltando, provando. E provare significa accettare gli errori, cosa ovvia nel mondo della ricerca, meno nel mondo del business. In realtà gli errori sono preziosi, perché ti permettono di gettare le basi per soluzioni e prodotti migliori. È fondamentale introdurre una cultura dell’errore positiva, come base per il miglioramento, ovunque.

 

Una cultura dell’errore in molte aziende consolidate non è vista con favore, specie in Italia.

Concordo. Le cose sono diverse in GPI, dove stiamo facendo grandi sforzi per cambiare la cultura aziendale. Stiamo, tra le altre cose, sperimentando pratiche interessanti mutuate dall’aviazione civile, ad esempio in catena di montaggio è stata introdotta la fee. Ogni volta che qualcuno dichiara un errore ma lo trasforma in una procedura che in futuro impedirà il ripetersi di quell’errore, verrà premiato con una fee. L’errore, in altre parole, deve necessariamente essere qualcosa che ci consente di migliorare. Perché in fondo gli errori sono il pane di tutti i giorni, dobbiamo conviverci, e l’unico modo per riuscirci è usarli come metodo di miglioramento.

 

In aviazione civile, come pure in colossi dell’automotive quali Toyota, l’errore è visto come qualcosa di utile al miglioramento, anche all’efficientamento, se lo si riesce a trasformare in tal senso, ovvio.

Sì. Chiaramente ci vuole anche una cultura legata alla sicurezza diciamo psicologica del gruppo: in altre parole, al di là delle fee, occorre far passare il concetto che le persone devono essere libere di esprimersi. Sia come individui sia come gruppo: questo è un passo fondamentale, parallelo all’implementazione di un sistema premiante legato agli errori individuati.

 

 

Ci può parlare di RIEDL Phasys? Qual è la storia dietro questa tecnologia?

È una storia tedesca; è la storia di RIEDL GmbH, azienda fondata nel 2008, con l’obbiettivo di portare sul mercato un sistema automatizzato per la logistica farmaceutica molto performante, in grado di far risparmiare tempo e di generare un numero molto basso di problematiche tecniche. Ed in effetti si è giunti proprio a questo risultato. È un robot innovativo con una rete di comunicazione wi-fi che gli permette di muoversi autonomamente all’interno del magazzino: in questo modo è molto più veloce e adattabile e ha meno pezzi a bordo, e quindi i rischi di rotture e guasti sono ridotti… Ancora, in caso di guasto è possibile sostituire a caldo non un singolo componente ma un gruppo di componenti: ad esempio non la fotocellula, bensì l’intero gruppo di presa; in questo modo i tempi di riparazione si accorciano.

RIEDL Phasys riesce anche a fornire avvisaglie su eventuali malfunzionamenti, quindi è possibile per noi andare dai nostri clienti, magari in pausa pranzo, e operare in modo molto efficiente per risolvere il problema.

RIEDL Phasys nasce senza un sistema di carico automatizzato. Dopo che l’azienda ha fatto il suo ingresso nel Gruppo GPI si è proceduto prima a integrare i carichi automatici di aziende partner, quindi a svilupparne internamente uno. Ecco perché abbiamo messo insieme le migliori intelligenze del nostro territorio, dell’ecosistema trentino dell’innovazione, per creare un prodotto capace davvero di invertire i paradigmi commerciali e tecnici.

Attualmente tutti i nostri competitor si presentano sul mercato proponendo un robot che può essere caricato in maniera semiautomatica (e se vuole la farmacia, ad esempio, può comprare come optional il sistema di carico automatico). Noi abbiamo deciso di creare un sistema in grado di caricare ogni cosa molto velocemente, e quindi in modo del tutto automatico, senza cioè la necessità dell’intervento umano. Se poi un cliente lo desidera può acquistare, come optional, il sistema di carico semiautomatico: ecco l’inversione di paradigma.

 

 

Avete presentato il nuovo sistema di caricamento automatico a dicembre, a Trento, presso il vostro quartier generale. Come si chiama quest’innovazione?

UPL: Ultra Phasys Loader.

 

È un ottimo esempio di open innovation sul territorio. Sono stati coinvolti diversi attori di primo piano, come FBK, Unitn, Dolomiti Robotics, e appunto Eoptis, di cui a breve parleremo. Certo, il Gruppo GPI, che è una delle realtà innovative del Trentino (e del paese), è stato il fulcro di questo sforzo condiviso. 

Sono veramente entusiasta di come abbiamo lavorato insieme. Abbiamo imparato tutti molto, sperimentando nuovi modi per collaborare in maniera molto concreta ed efficace, a fronte di esigenze e approcci diversi. Faccio un esempio: si dice spesso che la ricerca vola troppo in alto; posso dire che i ricercatori ci hanno elevato e noi del Gruppo GPI, diciamo così, li abbiamo aiutati a trovare la giusta altitudine.

 

Giusto, è anche questo che serve: trovare un punto di incontro tra le esigenze del business, che sono ovviamente molto concrete, e il grande potenziale scientifico e tecnologico di centri di ricerca e università. 

Sì, assolutamente.

 

Abbiamo menzionato prima Eoptis, del Gruppo Optoi. Qual è stato il contributo di Eoptis al progetto?

Eoptis è un’azienda che ho voluto fortemente a bordo. Tra Eoptis e il Gruppo GPI esiste una collaborazione nata ormai più di dieci anni fa. Oggi tutti i nostri sistemi (ben più di cento, credo quasi duecento) sono dotati di soluzioni Eoptis. In forza di questa lunga e bellissima esperienza, che ha generato negli anni risultati molto positivi, Eoptis è entrata anche in questa partita, ed è stata una scelta vincente a fronte di requisiti molto sfidanti e stringenti. Infatti c’era il rischio di un collo di bottiglia di rilievo, collegato proprio alla componente della visione interna: per leggere una data di scadenza, ad esempio, il sistema di visione deve essere piuttosto flessibile, specie considerando che le confezioni di farmaci sono proposte in modo casuale. Non solo: c’erano pure requisiti importanti in termini di velocità, affidabilità, costi.

Ebbene, Eoptis ci ha seguito e ci ha supportati in modo ottimale, riuscendo a raggiungere i nostri target, cioè performance di circa 360 confezioni l’ora. Forse questo numero a un profano dice poco, però le soluzioni di riferimento sul mercato viaggiano intorno alle 150 confezioni l’ora, al massimo 180, e noi siamo riusciti ad arrivare a 360. Significa che possiamo garantire una grande affidabilità.

 

Lei ha appena adoperato una parola chiave nel mondo industriale: affidabilità. Nell’aerospace così come nell’automotive, nella robotica come nella cantieristica, la parola affidabilità è cruciale. È così anche per voi?

Assolutamente, l’affidabilità è fondamentale perché è pur vero che qualora i sistemi si fermino, magari per problemi legati al sistema di visione, il farmacista ha sempre la possibilità di entrare nel nostro sistema e prelevare manualmente. Però il punto è che non si tratta più di prodotti a scaffale e quindi facilmente individuabili e raggiungibili, ma di prodotti che stanno dentro un robot, gli scaffali sono molto stretti, i prodotti sono inseriti in maniera “scientificamente caotica”, è l’intelligenza del robot che stabilisce dove metterli… quindi per l’operatore non è facile, anzi! L’eventualità che un farmacista entri in macchina anche soltanto una volta alla settimana è per noi inaccettabile, pertanto l’affidabilità è un tema fondamentale. Non è l’unico, ma è senz’altro uno dei principali.

 

 

Ancora, il sistema di visione sviluppato da Eoptis, che legge il codice a barre o la data di scadenza del prodotto, deve essere molto duttile anche nel senso che ogni codice, ogni dicitura ha caratteri con font e dimensioni diversi. 

Certo, c’è anche questo aspetto, senz’altro di rilievo. In generale sono davvero soddisfatto della collaborazione, perché l’obiettivo dato era difficile e complesso, va detto. Ho riscontrato in Eoptis ampia disponibilità nel sedersi a un tavolo e ragionare assieme, uscendo pure dagli schemi. La vostra azienda ha saputo gettare il cuore oltre l’ostacolo, mettendo a disposizione del know-how interessante anche nella fase iniziale del progetto, quella più delicata, perché c’era il rischio concreto addirittura di non iniziare. Ha dato quel qualcosa in più che ci ha consentito di procedere con le analisi di fattibilità, poi con il progetto e infine anche con la realizzazione del primo prototipo.

 

Per innovare servono grandi partner, ma serve anche un grande team. Da chi è composto il suo, e che tipo di gente cerca?

Guardi, io faccio una scelta controcorrente, nel senso che non cerco profili soltanto sulla base delle competenze, perché la mia storia personale e la storia dei miei collaboratori raccontano qualcosa di diverso: la volontà di donne e uomini di far parte di un gruppo forte, coeso, con una vision ben precisa. Quindi più che le competenze, a guidarmi nella scelta dei collaboratori è la loro voglia di mettersi in gioco. Io facevo l’infermiere, sono una persona di media intelligenza, ma mi è stata data un’opportunità un po’ di anni fa, e ho saputo coglierla. E anche molti dei miei collaboratori hanno storie simili.

Quindi ciò che noi cerchiamo è esattamente questo: la voglia di apprendere, di far parte di un gruppo, di crescere persino attraverso gli errori. Poi è ovvio, servono anche le competenze. È chiaro che se cerco uno sviluppatore forse un operaio non è la persona più adatta per quella posizione (ma non è detto, attenzione), però io faccio il colloquio guidato da ciò che ho detto prima.

 

Può fare un esempio?

Certo. Di recente ho assunto una ragazza di trent’anni che per quindici anni ha lavorato in un negozio di abiti. Lei è entrata a far parte del nostro back office commerciale, contesto in cui non serve soltanto la capacità di scrivere un documento, ma anche la capacità tecnica di disegnare una soluzione come l’armadio RIEDL all’interno di uno spazio. Ci vogliono competenze tecniche importanti, che io non ho. Nemmeno la ragazza appena assunta aveva maturato questo tipo di competenze nell’impiego precedente, ma abbiamo visto in lei quelle qualità che ho citato poco fa, e sono certissimo che nel giro di un mese raggiungerà le abilità necessarie per essere autonoma nel suo lavoro. E anche una consapevolezza importante che le consentirà a un certo punto di guardarsi indietro e dire a se stessa: prima non sapevo fare tutto questo, ora sì. Tutto ciò farà bene a lei e al team, sarà una spinta a migliorarci.

 

Nei paesi nordici è noto che la serenità sul luogo di lavoro e un buon equilibrio tra vita e carriera aiutano la produttività, la creatività, l’innovazione. Così come è noto che un ufficio ben aerato, con una buona illuminazione, è un posto dove si lavora più volentieri. Anche lei ha sposato questa filosofia, è corretto?

Sì. O meglio: ci provo. Ho la fortuna, grazie al ruolo che ho, di poter studiare molto, di leggere libri, di approfondire attraverso corsi di formazione e così via. Io non ho molta creatività, però sono uno che assorbe con facilità, e riesco anche a cogliere spunti per migliorare. Posso dire che tutto il Gruppo GPI si dà molto da fare, e questo ovviamente vale anche per la nostra area. Nel mio team, per esempio, ciascuno deve trovare ogni giorno un momento per se stesso: quindici, venti minuti per spegnere lo smartphone e aprire un libro, “accendere il cervello”… anche solo una passeggiata può dare una mano: si prende una boccata d’aria fresca, si cammina, si riduce il livello di cortisolo nel sangue, ci si concentra un po’ su se stessi, si fa un bel respiro e poi si riprende l’attività. Questo aiuta i miei collaboratori a star bene e genera anche business: non nell’immediato, ma nel medio-lungo periodo sì, senz’altro.

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