Di recente sul LinkedIn blog di Metreo, da anni partner di Eoptis, è stata pubblicata una lunga conversazione con Claudia Pelosi. Chimica di grande esperienza, professoressa associata all’Università degli Studi della Tuscia, è da tempo in prima linea nella difesa dei beni culturali, con un focus sullo studio dei materiali. Nel corso della lunga, interessantissima conversazione (in due parti), la studiosa ha citato anche il contributo della tecnologia Eoptis. Ecco alcuni estratti.
La conversazione
Professoressa, su quali progetti si sta concentrando ultimamente?
Io e il mio team stiamo lavorando su vari progetti interessanti. Il più importante è CHANGES, che abbiamo presentato a ottobre a Gaeta. Si tratta di un’iniziativa a cui partecipiamo come Distretto Tecnologico Beni e Attività Culturali della Regione Lazio, che appunto include anche l’Università degli Studi della Tuscia. Noi siamo coinvolti nello Spoke 7, che riguarda la protezione e la conservazione dei beni culturali sia di fronte ai cambiamenti climatici, sia di fronte ai fenomeni di natura antropica e anche naturale. Il topic della nostra attività si focalizza su un polo monumentale che si trova a Viterbo, Colle del Duomo, che comprende sia la Cattedrale di San Lorenzo (cioè il duomo), sia il celebre Palazzo dei Papi.
[Questo] polo culturale dipende dalla Diocesi di Viterbo, tuttavia è gestito da una società che si chiama ARCHEOARES, fondata qualche anno fa qui a Viterbo da tre soci che hanno studiato proprio conservazione dei beni culturali presso l’Università della Tuscia. La società ha riscosso successo, è cresciuta e oggi gestisce altri poli e strutture museali nel Lazio e fuori dalla regione. Grazie alla collaborazione con la Diocesi, che è l’ente proprietario della struttura, e con la società ARCHEOARES abbiamo potuto lavorare in modo molto sereno, potendo avere pieno accesso a tutto. Questo ci ha permesso di avviare un monitoraggio esteso delle collezioni, sia all’interno del Museo Colle del Duomo, sia nella Sala del Conclave.
Ad esempio?
I sensori possono segnalarci che i valori di illuminazione in un dato punto sono troppo elevati, e potrebbero danneggiare l’oggetto. A quel punto ci arriva un alert, e noi interveniamo subito: è quel che è successo nel caso della veste di San Bonifacio, terzo vescovo di Ferento; ci è stato segnalato che dalle grandi finestre della Sala del Conclave, in estate, entrava una quantità eccessiva di luce solare, che poteva danneggiare la veste… Ovviamente i gestori del Museo sono subito corsi ai ripari, applicando una schermatura alle finestre.

Oltre a sensori di monitoraggio ambientale e termocamere, lei e il suo team usate anche i colorimetri per le vostre attività, è corretto?
Noi utilizziamo il colorimetro Eoptis, fornitoci da Metreo, e questo ci ha dato la possibilità di lavorare in molteplici ambiti, perché grazie al suo uso abbiamo potuto svolgere interessanti sperimentazioni e ottenere misure che sono state funzionali poi a dimostrare, o comunque a supportare, il nostro lavoro. Tant’è vero che abbiamo menzionato questa tecnologia in diversi articoli scientifici. È il caso di un paper che abbiamo pubblicato sulla rivista internazionale open access Heritage, dove riportiamo il restauro di una grande opera di arte contemporanea, dell’artista Sebastian Matta, restaurata qui, nei laboratori di Viterbo. Durante il restauro è stato necessario eseguire dei test per capire come realizzare al meglio l’intervento stesso. Tuttavia prima di agire sull’opera sono state effettuate delle prove su dei campioni simulati, in modo da essere poi sicuri che il trattamento, una volta condotto, non creasse problemi all’opera. E per valutare l’efficacia dei test effettuati è stata effettuata la misurazione del colore, attraverso il colorimetro Eoptis.
Un’altra applicazione ha riguardato il legno, il legno di Ayous, molto usato da qualche tempo nel mercato europeo, ma originario dell’Africa. A livello industriale questo legno è oggetto di trattamenti termici che ne modificano un po’ le caratteristiche sia meccaniche sia estetiche. Gli operatori industriali sono ovviamente interessati a misurare l’entità di tali cambiamenti… Noi ci siamo avvalsi dunque di un colorimetro Eoptis per misurare il colore delle superfici di legno di Ayous, e verificare quanto esso si modificasse a seguito di trattamenti termici, con temperature intorno ai 200°. Abbiamo pubblicato un articolo a riguardo sulla rivista Coatings, sempre open access. Vorrei citare un’altra applicazione dove il colorimetro Eoptis ha giocato un ruolo significativo.
Prego…
Si tratta di un lavoro svolto nell’ambito del progetto europeo EHEM, dove abbiamo studiato i colori su pitture medievali, quindi colori in parte danneggiati, in parte mancanti. L’obiettivo era avere una “ricostruzione” di questi colori. Ci siamo dunque serviti del colorimetro, in questo caso per mappare nel dettaglio tutti questi colori – cosa che non avremmo potuto fare senza questo strumento –, associandoli poi a delle mappe effettuate con un altro sistema di acquisizione fotografica. Abbiamo potuto dunque ricreare una sorta di palette cromatica per vari contesti che sono casi studio del progetto. In particolare quello che abbiamo pubblicato sul Journal of Imaging riguardava la chiesa di Santa Maria Antiqua, una chiesa medievale, all’interno dei Fori Imperiali a Roma.
Con la vostra attività lei e il suo team riuscite a generare nuove best practices?
Certo, la nostra idea è proprio questa. Nel caso del progetto CHANGES ci poniamo l’obiettivo di sensibilizzare le figure che operano nel campo della conservazione dei Beni culturali in modo da renderle in grado di gestire sistemi tecnologici avanzati, come i sensori che ho menzionato poco fa. E ancora, vogliamo generare buone pratiche a livello di controllo e intervento, perché spesso – specie nei piccoli musei, che sono preziosi per il territorio e custodiscono grandi tesori del nostro patrimonio artistico e culturale – esse sono assenti a causa della mancanza di risorse e di personale specializzato.
La tecnologia può contribuire a rendere accessibile anche per musei, poli culturali la possibilità di controllore, fare manutenzione, monitorare e quando serve anche intervenire. Oggi magari i sensori vengono installati, però non gli viene dedicata adeguata attenzione, vengono lasciati lì, e le batterie si scaricano o addirittura si ossidano, come ahimè ci è capitato di vedere. Il nostro lavoro è promuovere, incoraggiare una buona pratica di controllo e monitoraggio, che abbia un senso, come già accade all’estero. L’Italia ha musei, siti straordinari: diamoci da fare per proteggerli e conservarli al meglio!